Qui, in una giungla fittissima, abitano da sempre le tribù dei Dayak, mitici discendenti dei cacciatori di teste, guerrieri e animisti. Questa arcana popolazione vive sulle rive dello Skrang River, fiume avvolto nel mistero, che affonda le sue radici in un profonda foresta pluviale dove le cime degli alberi formano una volta compatta e in cui risuonano sussurri di una fauna invisibile. Per i Dayak, tagliare la testa del nemico significava acquisire gloria e merito in quanto credevano che la forza cosmica dell’uomo risiedesse nel cranio. Le teste tagliate, inoltre, costituivano i migliori compagni di viaggio del defunto verso la dimora eterna, il “villaggio della felicità”, e venivano conservati dalla tribù per assicurarsi la buona sorte. Anche i tatuaggi avevano, e mantengono tuttora, un significato simbolico: rappresentano il rango, il merito in combattimento, il coraggio. Nonostante questo passato aggressivo, gli ex tagliatori di teste trascorrono oggi un’esistenza mite e semplice, quasi primitiva. Arrivare nel Sarawak vuol dire immergersi nella natura tropicale assolutamente incontaminata. Tutto qui è misterioso e affascinante. Esperienza davvero indimenticabile è la visita ad una “longhouse”, che vuol dire casa lunga, la casa tipica dei popoli del Sarawak dove si viene accolti nella ruai, la galleria che attraversa l’intera lunghezza della longhouse. La cerimonia di benvenuto, chiamata miring, consiste nell’offerta di cibi e bevande per assicurarsi la benevolenza degli dei del luogo ed è seguita da un brindisi con un bicchiere di tuak, vino di riso dal gusto molto forte.
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